Massimiliano Borgia affronta con noi il tema della comunicazione alimentareMassimiliano Borgia è giornalista specializzato in ambiente e alimentazione. Dirige il Festival del Giornalismo Alimentare e la rassegna di filosofia del cibo Pensare il CiboScrittore saggista, ha pubblicato diverse opere inerenti la natura e il cibo tra cui: 2002, Le risaie del vercellese. Guida alla storia e alla natura delle terre d’acqua, Gs Editrice; 2007, Le patate della montagna torinese, Neos Edizioni; 2015, Il riso dal campo alla tavola, Neos Edizioni. Gli abbiamo rivolto qualche domanda a proposito della comunicazione alimentare.

 

 

GIORNALISMO E ALIMENTAZIONE

Com’è cambiata in questi anni la comunicazione intorno al settore food?

Se analizziamo il mondo dell’informazione, la comunicazione alimentare è passata da tema di nicchia, per gourmet o per addetti ai lavori del settore food, a tema che qualsiasi giornalista, di cronaca come di giudiziaria, politico o persino sportivo, prima o poi si trova ad affrontare nel suo lavoro. A questa novità, il giornalismo si è fatto trovare impreparato. Nelle redazioni sono pochissimi i giornalisti che possono vantare una preparazione sufficiente per potere garantire una buona qualità professionale su un tema che, fino a ieri, non riguardava quasi mai i loro ambiti di lavoro. In più, oltre al mondo dell’informazione professionale, il tema cibo è tra quelli che hanno contribuito a fare esplodere il fenomeno del blogger. In questo caso, i food blogger hanno preso uno spazio enorme che il giornalismo tradizionale non è stato subito in grado di coprire. I food blogger sono soggetti che, partendo da una dimestichezza con la comunicazione online e soprattutto con una costante presenza sui social, hanno saputo cavalcare l’interesse del pubblico per il cibo.  Tuttavia, spesso non hanno un approccio giornalistico e non riconoscono le regole deontologiche che ogni giornalista è chiamato a rispettare. Il pubblico si trova, così, stretto tra l’impreparazione del giornalismo tradizionale e il far west del blogging popolato da professionisti dell’empatia comunicativa che vengono ai brand in cerca di nuovi spazi nella comunicazione.

 

IL VALORE “CIBO”

Quali sono i fattori che hanno avuto un peso in questo percorso?

Per strati sempre più ampi di persone, nell’era della sfiducia e della mancanza di valori forti, il cibo ha preso il posto di interessi che, un tempo, erano legati alla sfera della politica, della religione, dell’identità culturale. Oggi, le scelte sull’alimentare sono legate, sempre più, ad aspetti psicologici, sociologici, filosofici e politici. Non si compra “da mangiare” ma si compra un pezzo di mondo, di futuro, di identità. Nel mondo dell’informazione l’interesse per il cibo non è più relegato alla pagina domenicale sulle recensioni dei ristoranti, che un tempo interessavano solo un pubblico elitario, o alla pagina settimanale sul settore agricolo che riguardava solo la categoria degli agricoltori. Ed è per questo che i blogger hanno preso lo spazio lasciato vuoto dal giornalismo: il pubblico cerca sempre più comunicazione alimentare che lo aiuti a schierarsi da qualche parte ma si deve accontentare di una comunicazione che ancora non riesce sempre a garantire completezza e autorevolezza.

 

LA COMUNICAZIONE ALIMENTARE TRA FAKE NEWS E “COPIA E INCOLLA”

Quali sono le tendenze che rintraccia nell’osservare il panorama della comunicazione alimentare?

La tendenza più evidente è quella dell’esposizione del pubblico alle notizie false, create proprio per accontentare il bisogno di “trovare nemici” contro cui schierarsi per rafforzare una precaria identità alimentare e sentirsi parte di una di quelle che Marino Niola chiama le moderne tribù alimentari. Ma il fenomeno più preoccupante non è tanto la fabbricazione pianificata di notizie false quanto il “copia-incolla”: è difficile oggi trovare originalità nell’informazione alimentare. I siti di informazione e i profili social professionali sbagliano a pensare di giocare il loro successo sull’immediatezza e costo dell’uniformità. È un modello che si alimenta con la bassa remuneratività dell’informazione e con i compensi da fame dei giornalisti che, oggi, non sono “assunti” ma sono praticamente tutti freelance. Un giornalismo che non rende e che non è pagato non va a “perdere tempo” nelle notizie di prima mano, è quasi costretto a cavarsela con il copia-incolla. È la ragione del grande successo dei comunicati stampa completi: l’ufficio stampa che ti “fa l’articolo” completo, ha maggior successo di finire sui media. Vince perché il lavoro giornalistico è pagato dai clienti ed è preso così com’è copiato, a costo zero, dai media che si accontentano.

 

INDUSTRIA ALIMENTARE: COME COMUNICARE?

Intuisce a suo parere un sentimento anti-industriale nel determinare un certo approccio al tema della produzione alimentare?

Ecco, l’errore più grande che l’industria alimentare può fare è quello di sentirsi accerchiata e di provare a difendersi solo con il silenzio o contrattaccando brutalmente ad ogni sopraggiungere di crisi. Il pubblico è fatto dagli stessi potenziali clienti delle aziende e tagliare corto, pensando che i consumatori esigenti siano dei nemici, non porta a nulla di buono. Viviamo in una società dove la scienza, la tecnologia, la stessa idea di progresso non sono più, necessariamente, concetti positivi e dove mancano punti di riferimento. L’industria deve rendersi conto che quello che ci ha cresciuti da bambini oggi può essere messo in discussione. Sta all’industria stessa stabilire un nuovo patto con i cittadini-consumatori e aprirsi all’informazione e alla trasparenza. Informare davvero su se stessi e sui propri settori è l’unica strada.   

 

FESTIVAL DEL GIORNALISMO ALIMENTARE

Come nasce l’idea del festival?

Il festival è nato dagli interrogativi che ci ponevamo con il nostro lavoro di giornalisti. Ci siamo chiesti dove potevamo trovare la formazione e il confronto sui temi del settore food e sulla comunicazione alimentare. Abbiamo detto: “Non c’è nulla. Allora proviamo a creare noi un luogo dove i professionisti dell’informazione di un settore così sentito e così cruciale per l’economia del Paese possano imparare cose nuove e discutere del futuro del loro lavoro. Poi, abbiamo visto che serviva anche un’occasione di confronto tra giornalisti e food blogger, tra professionisti dell’informazione e professionisti della comunicazione aziendale e istituzionale ma anche tra questi e il mondo della ricerca scientifica e della sicurezza sanitaria cioè di ambiti dove si producono un sacco di notizie senza nemmeno saperlo e, naturalmente, senza nemmeno farle sapere ai giornali. Così è nato il Festival del Giornalismo Alimentare.

 

Redazione