Giorgio Donegani, tecnologo alimentare, consigliere dell’ordine di Liguria e Lombardia ed esperto di Nutrizione ed educazione alimentare, è stato presidente di Food Education Italy – Fondazione Italiana per l’Educazione Alimentare, nonché membro del comitato tecnico scientifico del MIUR “Scuola e Cibo” che ha messo a punto le linee guida per l’educazione alimentare nella scuola italiana. 

Già docente di Merceologia degli alimenti e legislazione igienico sanitaria presso il Politecnico del Commercio di Milano, è consulente per l’educazione alimentare di enti pubblici e aziende del settore e svolge un’intensa attività di divulgazione scientifica sui temi della nutrizione, come autore di libri per diverse case editrici e come collaboratore di numerose testate giornalistiche, nonché emittenti televisive e radiofoniche.

 

IL PUNTO DELLA SITUAZIONE

1) Dottor Donegani a che punto siamo nell’educazione alimentare dei nostri bambini?

Si procede lentamente, ma con passo più sicuro di un tempo. Con l’emanazione da parte del MIUR delle “Linee guida per l’educazione alimentare nella scuola italiana” del 2011, e con il loro aggiornamento nel 2015, si sono finalmente definiti criteri metodologici e ambiti di contenuto per lo sviluppo coordinato di attività che vedano operare verso lo stesso obiettivo le famiglie, la scuola, le istituzioni sanitarie e le aziende (sia quelle di ristorazione, sia quelle di produzione e trasformazione, sia quelle di distribuzione). Il lavoro da fare è ancora moltissimo, ma un dato confortante viene dell’osservatorio nazionale “OKkio alla salute”, che ogni due anni valuta lo stato di salute dei bambini italiani tra gli 8 e i 9 anni rapportandoli alle abitudini alimentari e allo stile di vita: negli ultimi 6 anni si è invertito il trend di crescita dell’obesità e del sovrappeso infantili, e questo è lecito pensare sia dovuto in parte anche ai programmi di educazione alimentare che sono stati attuati.

 

EDUCAZIONE ALIMENTARE: LE INIZIATIVE

2) Quali sono le iniziative che maggiormente funzionano o hanno funzionato nell’ambito dell’educazione alimentare?

Sono sicuramente quelle che non si limitano a inquadrare l’alimentazione soltanto sotto il profilo della nutrizione, ma motivano i bambini con un approccio più vicino alla loro capacità di percezione. Il riappropriarsi dell’uso dei sensi come strumento di giudizio, per acquisire consapevolezza e capacità critica, è assolutamente fondamentale se si vogliono promuovere veri cambiamenti comportamentali. Allo stesso modo, è essenziale recuperare l’esperienza diretta del cibo, accorciando la distanza che e riempiendo il vuoto di conoscenza che oggi separa il momento del consumo da quello della produzione. Esperienze come quelle delle fattorie didattiche, così come quelle messe in atto da aziende alimentari che aprono le porte alle visite scolastiche, o alle famiglie, sono fondamentali per dare strumenti di conoscenza che permettano di leggere la realtà per come è veramente e non per come viene presentata da un’informazione spesso imprecisa se non addirittura scorretta. Sempre nell’ottica di recuperare consapevolezza e capacità critica attraverso l’esperienza, è importante anche riportare l’attenzione sul valore educativo dell’attività di cucina, tanto a scuola quanto a casa.

 

L’ALIMENTAZIONE CHE CI FA STAR BENE

3) In un’intervista lei ha dichiarato che la locuzione “alimentazione corretta” fa pensare a regole e divieti e che invece dovremmo parlare ai bambini di “alimentazione che ci fa stare bene” aiutando i più piccoli a stimolare il “lato critico” nell’approccio all’alimentazione. Concretamente come possiamo fare?

Purtroppo, con un’accelerazione impressionante in questi ultimi anni, si è andata diffondendo soprattutto nel pubblico adulto l’idea del cibo come un qualcosa di potenzialmente nocivo, da guardare con sospetto, invece che come una sana fonte di piacere. In effetti, credo che recuperare una dimensione positiva rivolta alla ricerca attiva del benessere attraverso il cibo, collocato nell’ambito di uno stile di vita attivo e sostenibile, sia fondamentale per conseguire risultati effettivi e duraturi nel tempo. La decisione di modificare o meno i propri comportamenti, infatti, è frutto di un bilancio decisionale che mette a confronto ciò a cui “si rinuncia” con ciò che “si guadagna” attuando il cambiamento. Per un bambino è ben poco motivante l’idea di cambiare un comportamento a lui gradito per evitare problemi di salute in un futuro per lui lontano, mentre è decisamente più interessante prospettargli l’idea di poter sperimentare alternative ancora più piacevoli e provare una dimensione di benessere a lui vicina e immediatamente percepibile (non solo legata alla soddisfazione del gusto, ma anche a elementi importantissimi di entusiasmo sul piano delle relazioni, delle scoperte e della comunicazione).

Questo concretamente vuol dire lavorare molto sul setting didattico. Un esempio: non otterrò mai nulla, come docente o come genitore, obbligando dei bambini a mangiare della frutta controvoglia, sperando che lo facciano solo “perché fa bene”, mentre se saprò stimolare la curiosità e l’interesse a proposito della frutta per il piacere che può dare, per le scoperte che può riservare, per tutto ciò che può rivelare di nuovo e di bello la sua conoscenza, allora potrò sperare che venga non soltanto accettata ma decisamente gradita.

 

I FALSI MITI ALIMENTARI

4) Che peso ha l’informazione sul modo di intendere l’alimentazione ? In passato lei aveva sottolineato come i “falsi miti alimentari” spesso possano essere disinnescati anche solo dal buon senso. Ci fa un esempio?

Oggi stiamo vivendo un momento molto particolare sul piano di quella che spesso impropriamente viene definita “divulgazione scientifica”. C’è un bisogno diffuso, alimentato dall’incertezza di un’informazione allarmistica e contraddittoria, di avere sicurezze sui temi del cibo e della salute alimentare. È su questo bisogno che si innesca il meccanismo del “pensiero magico”, che è alla base dei falsi miti alimentari e che trova nella comunicazione orizzontale tra pari, soprattutto via Internet, un veicolo di diffusione veloce e potente. Così, l’idea che esistano cibi da evitare tout court e alimenti salvifici, capaci di risolvere ogni problema, finisce per esercitare un fascino che fa dimenticare le più elementari regole del buon senso. Pensiamo per esempio alla “torta della nonna”, uno dei dolci più classici che hanno fatto crescere in modo sano intere generazioni di bambini oggi adulti: farina, latte, zucchero, uova, burro… Cosa direbbe oggi la nonna vedendo definire farina, latte e zucchero dei “veleni bianchi”, additare le uova come un pericolo pubblico per il loro presunto contenuto di antibiotici e indicare il burro come grasso malsano e da evitare perché ricco di grassi “cattivi”? E ancora, come si sposa l’idea che la farina bianca (impropriamente chiamata raffinata) si possa considerare come “il peggior veleno inventato dall’uomo” (sono idee che hanno purtroppo trovato in tempi recenti largo spazio sui media), con il fatto che mangiando circa 28 kg a testa di pasta ogni anno, circa 35 chili di pane, sette-otto chili di pasta e una quantità di prodotti da forno, il popolo degli italiani sia tra i primi tre più longevi al mondo?

 

PRIMO INGREDIENTE: IL BUON SENSO

5) Mettere all’indice un alimento senza considerarlo nell’ambito del regime alimentare delle persone è una pratica nota, pensiamo all’olio di palma, ed è un errore comune. Come possiamo sviluppare anticorpi che ci permettano di valutare serenamente e competentemente in questo campo?

Il “buon senso”, che io amo definire il primo ingrediente del benessere a tavola, è un qualcosa che è frutto della capacità di valorizzare l’esperienza. Quell’esperienza che ha portato il genere umano a individuare in modo naturale scelte di salute, alimentare e non, attraverso l’esercizio della critica e anche la capacità di ascoltare se stessi. È a questi due livelli che dobbiamo agire per approcciarci in modo sereno e competente al mondo del cibo; invece, ciò che si tende troppo spesso a fare è abdicare a un atteggiamento attivo e protagonista nei confronti della nostra salute, delegandone l’indirizzo e la gestione a soggetti esterni. Per quale motivo, se mi sento bene e in forma, devo pensare di aver bisogno di quantità industriali di curcuma per poter continuare a vivere sano? Il problema è in ogni caso sempre lo stesso: è molto più semplice individuare falsi colpevoli o false panacee, piuttosto che affrontare in prima persona la responsabilità di informare il proprio comportamento alle regole più semplici e sperimentate. Regole che peraltro si riassumono in due concetti fondamentali: varietà e moderazione.

 

L’ANIMALE SI NUTRE, L’UOMO MANGIA

6) Quali sono oggi le tendenze che rischiano di portarci su una strada pericolosa sotto il punto di vista dell’alimentazione?

Credo che mai come oggi siano attuali le parole di Brillat Savarin quando affermava: “l’animale si nutre, l’uomo mangia…”, a sottolineare la dimensione ricca e complessa che ha per noi il cibo ben oltre l’essere semplice nutrimento. Ecco, penso che la tendenza a considerare soltanto gli aspetti della nutrizione, arrivando addirittura quasi a medicalizzare le nostre scelte alimentari, sia una strada estremamente pericolosa, perché ci allontana da ciò che naturalmente è il cibo per noi e da quello che, di conseguenza, deve essere un sano rapporto con ciò che mangiamo. La dimensione del piacere alimentare è oggi più che mai considerata incompatibile con l’idea della salute fisica e mentale, dimenticandoci che non ci può essere in realtà un alimento davvero sano se non gratifica anche la dimensione del piacere e, viceversa, nessun cibo può essere davvero buono se non ci fa anche stare bene. Proprio questa concezione è spesso alla base anche di scelte ideologiche che portano alla demonizzazione di alimenti della tradizione (un esempio per tutti: la carne) e all’adozione di regimi sbilanciati se non fortemente nocivi, proposti invece come salutari (si pensi a diete assurde come quella paleolitica, quella del gruppo sanguigno, quella “no carb”, oppure a un certo modo di aderire alla filosofia vegana). Infine, tra gli elementi di rischio che vedo, e che mi piace sottolineare in questo contesto, c’è anche quello che l’industria alimentare e il mondo della distribuzione, anziché rivendicare un ruolo autorevole nel contrastare le tendenze devianti e assurde, si pieghino a sostenerle come spazi di mercato da sfruttare. È un’ottica a mio avviso perdente già nel breve periodo, che ha anche l’effetto di indebolire e rendere vulnerabile agli umori di una comunicazione fuori controllo, un sistema di produzione e distribuzione che costituisce invece un elemento di forza distintivo della realtà italiana, riconosciuto in tutto il mondo.

 

Redazione