Gianluca Liva è giornalista scientifico freelance. Dopo la laurea specialistica in Storia Contemporanea ha ottenuto il Master in Comunicazione della Scienza presso la Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste. È un membro dell’associazione no profit “Factcheckers“, un gruppo di giornalisti, ricercatori e sviluppatori che si occupano di media literacy e di educazione al fact-checking. Esperto di disinformazione alimentare, ci indica come riconoscere e reagire alle bufale sul cibo.

 

 

DISINFORMAZIONE ALIMENTARE PRIMA DI INTERNET

Correva l’anno 1976 e in Italia iniziò a diffondersi un foglio ciclostilato che conteneva una lista di additivi alimentari pericolosi per la salute. L’elenco, redatto dall’Ospedale di Villarjuif di Parigi, indicava anche i prodotti che contenevano quelle specifiche sostanze. Le autorità sanitarie si affrettarono a smentire i contenuti del volantino: i pericolosi additivi elencati erano in gran parte del tutto innocui se non inesistenti. Gli additivi E141 ed E460, ad esempio, altro non sono che la clorofilla e la cellulosa, mentre l’E330 (segnalato come il più nocivo) è l’acido citrico.
Le smentite ufficiali non sortirono l’effetto sperato. L’elenco tornò a diffondersi in più occasioni, l’ultima delle quali nel 2011, ben 35 anni dopo i primi “avvistamenti” in Italia.
La vicenda – analizzata nel profondo da Paolo Attivissimo – aiuta a cogliere una nozione fondamentale: le informazioni false non sono nate e non si sono diffuse solo dopo l’avvento di internet. La rete contribuisce a veicolare un contenuto, falso o vero che sia, ma non è con internet che nasce la cattiva informazione. Di sicuro, però, la velocità con cui un contenuto può diffondersi su internet ha contribuito a scatenare un acceso dibattito in merito alla cattiva informazione, spesso inquadrata con i termini fake news (notizie false), un’espressione che, tuttavia, è apparsa quasi da subito inadeguata.

Il 13 marzo 2018 è stato pubblicato il report della Commissione Europea “A multi-dimensional approach to disinformation. Report of the independent High level Group on fake news and online disinformation”, un documento redatto per fare il punto della situazione sull’ecosistema informativo online. Poco dopo la pubblicazione sono emerse critiche proprio a partire dal titolo. Sono moltissimi gli esperti che evidenziano come l’espressione fake news non sia minimamente sufficiente per descrivere la complessità della disinformazione e della mistificazione informativa. Solo una corretta terminologia, infatti, può fornire la base da cui partire per lanciare iniziative coordinate sul tema. Margaret Sullivan del Washington Post ha dichiarato, ad esempio, che l’espressione fake news risulta essere del tutto inadeguata per descrivere fenomeni estremamente complessi, mentre Ethan Zuckerman, uno dei massimi esperti in nuovi media, sostiene che essi siano termini vaghi e ambigui che includono qualsiasi cosa: bias mediatici di partenza, propaganda e “disinformatzya” (un’informazione costruita per sollevare dubbi e aumentare la sfiducia verso un soggetto o un’istituzione).

 

COME SI FA DISINFORMAZIONE SUL CIBO

È stata la giornalista Claire Wardle, direttrice di First Draft, a individuare 7 diversi modi di fare disinformazione. Nella traduzione in italiano di Valigia Blu, essi sono:

  1. Collegamento ingannevole: quando titoli, immagini o didascalie differiscono dal contenuto.
  2. Contenuto ingannatore: quando il contenuto viene spacciato come proveniente da fonti realmente esistenti.
  3. Contenuto falso al 100%: quando il contenuto è completamente falso, costruito per trarre in inganno.
  4. Contenuto manipolato: quando l’informazione reale, o l’immagine, viene manipolata per trarre in inganno.
  5. Manipolazione della satira: quando non c’è intenzione di procurare danno, ma il contenuto satirico viene utilizzato per trarre in inganno.
  6. Contenuto fuorviante: quando si fa uso ingannevole dell’informazione per inquadrare un problema o una persona.
  7. Contesto ingannevole: quando il contenuto reale è accompagnato da informazioni contestuali false.

 

LA “BUFALA” ALIMENTARE

I motivi che spingono un individuo a confezionare e diffondere disinformazione sono molteplici. Volendo giungere a una sintesi, una bufala viene generata per:

  • Rafforzare una posizione preconcetta (ad esempio un individuo è convinto che lo zucchero bianco faccia ingrassare molto più dello zucchero di canna, cerca e seleziona le fonti più adeguate, e parziali, per avvalorare questo messaggio).
  • Danneggiare una particolare azienda.
  • Trarre un profitto indirizzando il traffico online su specifici portali. È il caso di Edinet, società al centro dell’indagine condotta da Paolo Attivissimo con la collaborazione di David Puente.
  • Puro “divertimento”. Uno dei casi emblematici è quello di Ermes Maiolica, autore di bufale online che ha sempre dichiarato di non trarre alcun profitto dal suo operato.

 

Nel caso specifico della disinformazione sul cibo, i creatori di bufale giocano su un terreno molto fertile. Secondo una recente indagine condotta dal CENSIS, infatti, ben 3 italiani su 4 sono preoccupati del rapporto tra cibo e salute, il 53% di essi cerca su internet informazioni sulla qualità dei prodotti alimentari e il 25% partecipa attivamente a discussioni in chat o in community espressamente dedicate al cibo. Va da sé che è facile per chi diffonde disinformazione giocare sulle emozioni che provoca un tema così vicino e così quotidiano come quello dell’alimentazione.
Uno dei casi più recenti riguarda una nota marca di passata di pomodoro. Circolava in rete un documento “ufficiale” del Ministero della Salute in cui veniva evidenziato il fatto che una partita di passata di pomodoro fosse contaminata con arsenico. Il documento era stato manipolato. Esso, infatti, si riferiva a tutt’altro prodotto (quello sì, contaminato, e immediatamente ritirato) e, già a una prima analisi, risultava evidente la manipolazione grafica del documento. L’azienda vittima della bufala prese provvedimenti immediati, rilasciando un comunicato stampa e avvisando l’utenza via social network.

Altri messaggi, invece, sono più generali e prendono di mira un particolare alimento senza riferimenti specifici a un’azienda, come, per esempio, “le uova hanno un contenuto spropositato di colesterolo”. Messaggi come questo hanno messo a serio rischio molte realtà e, in certi casi, hanno comportato un cambio radicale di strategia per venire incontro ai consumatori spaventati.

 

COME REAGIRE ALLA DISINFORMAZIONE ALIMENTARE?

Difendersi dalla cattiva informazione in campo alimentare è molto difficile ma non impossibile.
L’Istituto Superiore di Sanità ha messo a disposizione dei consumatori un portale in cui vengono analizzate tutte quelle notizie dubbie che riguardano la salute, fra cui quella alimentare. Le bufale si diffondono per contiguità, un po’ come un incendio: prima si interviene per spegnerlo e più possibilità si hanno di risolvere l’emergenza. Di conseguenza il primo impegno da parte del consumatore dovrebbe essere quello di non condividere a sua volta una notizia senza prima essersi accertato della sua veridicità. Lo sforzo sta nel fatto che ci si debba impegnare a evitare alcune “trappole”, come il bias di conferma (tendiamo ad accettare come vero un contenuto se esso si adatta facilmente al nostro punto di vista) o il pregiudizio di disconfermazione (quando, al contrario, rifiutiamo con forza un contenuto che differisce dalla nostra opinione).

Dall’altro versante, per un produttore “colpito” dalla disinformazione è molto complesso attuare una pronta risposta per limitare i danni e arginare una notizia fasulla in grado di mettere a rischio la reputazione. Ogni realtà produttiva è diversa – dalle aziende microscopiche fino ai grandi gruppi industriali – e ognuna possiede strumenti differenti. Il minimo comun denominatore, però, rimane sempre il risultato congiunto di tempismo ed efficacia della eventuale smentita. Spesso un attacco diretto per confutare una falsa notizia risulta inefficace, soprattutto se viene utilizzato un registro sprezzante nei confronti della notizia. È sempre bene prestare attenzione al linguaggio da usare e, nella gran parte dei casi, è fondamentale non citare espressamente la bufala: equivarrebbe a legittimarla.
La necessità di intervenire in fretta per arginare la diffusione di un’informazione dannosa non può scavalcare il dovere di svolgere un’indagine rigorosa su quanto è accaduto. Solo dopo avere fatto ciò si può procedere a una eventuale smentita. Si tratta di uno dei fondamenti della comunicazione del rischio: mai smentire un fatto prima di avere raccolto tutte le informazioni che permettano di avere l’assoluta certezza che esso sia falso. Se, successivamente, una notizia che ci si era affrettati a smentire dovesse risultare vera, i danni d’immagine e reputazione sarebbero pressoché irreparabili.

A maggior ragione, nella lotta impari contro il tempo e in favore della verità, la necessità è quella di uno sforzo coordinato per far fronte alla disinformazione in campo alimentare. Gli appelli in questo senso non mancano. La speranza è che si arrivi al più presto alla formazione di una rete d’intervento chiara e capillare, che coinvolga i produttori, le istituzioni, i cittadini e le cittadine sempre più consapevoli dell’importanza della corretta informazione in campo alimentare e non solo.

 

Redazione